Modelli di posizionamento di brand: quali esistono e come si sceglie
L’AI conosceva il nome accademico.
Io conoscevo il panettiere sotto casa.
Avevo in testa una storia che uso da anni.
C’è un panettiere che ogni mattina impasta le stesse quantità di tre tipi di pane: filoni, rosette e ciabatte.
I primi clienti scelgono quello che preferiscono, e a metà mattina i filoni sono finiti. Chi arriva dopo trova gli altri due, e compra quelli, perché deve portare il pane a casa. All’una il bancone è vuoto, la giornata è andata bene, e il panettiere guarda i numeri e ne ricava l’unica conclusione che quei numeri permettono: il mercato vuole il pane in quelle proporzioni. Domani impasta uguale.
La racconto da anni agli imprenditori seduti dall’altra parte del tavolo, e funziona sempre, perché a un certo punto della storia si vedono dentro. L’ho scritta per esteso qui: Il Paradosso del Panettiere.
Stavo lavorando con una AI per aggiustare l’articolo da mettere nel blog. E lei mi ha scrottp una cosa che non mi aspettavo.
Mi ha detto che il fenomeno ha già un nome. Si chiama domanda censurata. È studiato da molto prima di me nella gestione delle scorte, ha una letteratura, ha dei modelli, e l’idea che i dati di vendita misurino l’offerta anziché la domanda non è una mia scoperta.
Confesso il primo moto, che non è nobile. Un piccolo bruciore. Quel misto di fastidio e di imbarazzo di chi porta a scuola un disegno e scopre che il soggetto l’aveva già dipinto qualcun altro, meglio, e prima.
Poi sono andato a controllare, e aveva ragione.
Quello che è successo dopo
Ho passato mezz’ora a leggere di domanda censurata. Formule, curve, tecniche di stima per ricostruire la domanda vera a partire dalle vendite osservate. Roba seria, fatta bene, pubblicata su riviste che non sbagliano.
E a un certo punto mi sono fermato, e ho pensato una cosa che da allora non mi ha più lasciato.
Quel sapere esiste da decenni. È corretto, è dimostrato, è disponibile. Eppure non è mai arrivato al panettiere.
Non ci arriverà nemmeno domani. Il panettiere si alza alle quattro, impasta, apre, serve, chiude, fa i conti e va a dormire. Non leggerà un paper sulla stima della domanda censurata, e se anche glielo mettessi in mano si fermerebbe alla seconda pagina, non perché sia meno intelligente di chi l’ha scritto, ma perché quel testo non è stato scritto per lui. È stato scritto per chi già sa.
C’è una conoscenza che esiste e non circola. Vive in una lingua che la protegge e la isola, sta negli archivi, è consultabile da chiunque abbia già gli strumenti per consultarla, e resta inutile esattamente a chi ne avrebbe più bisogno.
Una conoscenza che non raggiunge nessuno non è ancora conoscenza. È materiale.
Tradurre non è semplificare
Tradurre viene da traducere, portare attraverso. Non alleggerire, non annacquare, non abbassare: prendere una cosa e portarla dall’altra parte, dove c’è qualcuno che aspetta.
È una distinzione che nel mio mestiere fa tutta la differenza. Semplificare significa togliere, e quello che togli è quasi sempre la parte che serviva. Tradurre significa cambiare forma senza perdere sostanza, e costa molto di più, perché per farlo devi conoscere due mondi invece di uno: quello da cui parti e quello a cui arrivi.
È il lavoro di cui ho scritto un quaderno intero, Come trasformare il saper fare in metodo, senza sapere che stavo descrivendo anche questo.
La parabola del panettiere non spiega la domanda censurata meglio di un modello matematico. Non ci prova nemmeno. Fa una cosa diversa: la porta dentro una testa che il modello matematico non raggiungerebbe mai, e ce la lascia, in una forma che quella testa può ricordare la settimana dopo e raccontare a un socio.
Un modello si applica. Una storia si ripete. E una cosa che si ripete viaggia da sola.
Quello che ho imparato quella sera
L’intelligenza artificiale sapeva il nome della cosa, e io no. Su quel piano ha vinto, e non c’è niente da rivendicare.
Ma io sapevo il panettiere. Sapevo l’ora in cui finisce il primo pane, e la faccia di chi entra a mezzogiorno e prende quello che resta, e il gesto del titolare che chiude la cassa contento. Sapevo dove appoggiare la storia perché l’imprenditore la prendesse, e questo non viene da nessun archivio. Viene da venticinque anni passati dentro le aziende degli altri, ad ascoltare persone che il loro problema lo raccontano sempre con le parole sbagliate.
Le due cose non sono in competizione. Sono due metà.
Da quella sera ho smesso di chiedermi se un’idea sia mia. È quasi sempre una domanda vanitosa, e la risposta è quasi sempre no, perché in venticinque secoli di pensiero occidentale le idee davvero nuove si contano, e nessuno di noi ne ha una in tasca. È il motivo per cui nel mio canone dei modelli ognuno porta scritto da dove viene.
Ho cominciato a chiedermi un’altra cosa, che è più scomoda e più utile: questa cosa, nella forma in cui la sto dicendo, arriva a qualcuno che ne ha bisogno?
Se la risposta è sì, quella forma è mia. Ed è l’unica proprietà che vale la pena di difendere.
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